Un blog con la sindrome di Asperger, uno spettro autistico che la notte vi fa paura: bubu settete!!
Un medico, una persona un pò strana.
Paranoid: Low
Schizoid: Low
Schizotypal: Low
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Forse il dolore è solo una unità di misura del fiato dei silenzi degli attimi. Forse ho dei grossi buchi incolmabili e forse ci manca la ciambella tutto intorno e allora non ho diritto nemmeno allo zucchero sopra.
Forse mi ritrovo adulta senza essermi mai riappacificata con la bambina, l'adolescente e tutta la coorte delle me che c'ho dentro entropiche, recalcitranti comuni e non comuni.
E allora scrivere è emorraggia e passa il tempo di quello che non avvera i sogni ma li moltiplica e li estromette e poi li elide, arriva la rabbia nelle dita e tristezza nel cuore e il viale lungo soleggiato di quel sole domenicale dove ci stanno le speranze disattese ed i "come se" e il museo vuoto di tutto quello che sarebbe dovuto essere e non è stato e non sarà e si è infranto.
Morire, ma non di infelicità.
Cosa ti insegna il dolore? Tutto, veramente tutto. Le proporzioni delle cose, la luce, le distanze. Però basta, che ho sofferto parecchio, misurato distanze amarissime, appreso nozioni e sbagliato e poi no e allora quando arriva l'azzurro?
Alla fine fare il medico significa scegliere tra le tante ipotesi, teorie, linee guida quella un pò meno sbagliata, tra i tanti farmaci quello che faccia un pò meno male, tra le tante parole da dire quelle meno angosciose, tra le tante prognosi da fare quella un pò più lusinghiera ma che contestualmente lasci un margine (quanto meno a livello medicolegale, quando non a livello umano) di approssimazione tale da garantire di non aver detto una cazzata nonostante la piega che prende la malattia..
La gente non muore mai come sui libri di medicina e la gente che sta male a me personalmente fa compassione, mi fa pena, non perchè sono buona o cara, ma perchè penso che al posto loro ci potevo stare io, domani il caso -nella consistenza di una gram negativo- vuole che faccio una meningite, una sepsi fulminante e via tanti saluti, buonanotte al secchio.
E allora i malati mi fanno pena, perchè il malato potrei essere io, e vorrei una persona che c'avesse un pò pena di me, e di rispetto che sto male e sto una merda, e mi sento una nullità dentro a un ospedale con una boccia attaccata al braccio e le fette biscottate sul comodino e tante altre schifezze.
E allora a fronte di queste cose uno si rifugia nelle nozioni, che sono un baluardo comodo, calduccio, rassicurante a tutte le brutture che succedono alle persone vere.
Le persone vere non muoiono mai come i casi clinici, e mai mi viene da pensare che una persona che c'abbia un gatto rognoso, una mamma stronza, una figlia bastarda -ma anche una vita perfetta, perchè no- sia un caso clinico.
La pratica della medicina è spietata, e allora -quando posso- mi faccio le seghe mentali sulla teoria, nella quale se dai il calcio gluconato l'iperpotassiemia rientra, il ritmo torna sinusale e tutto va bene, e sempre bene.
Con le persone no, quasi mai.
Le nozioni, i discorsi teorici sono il rifugio alla bruttezza della malattia quella vera, quella delle persone che puoi muoiono e oggi loro e domani io e frega un cazzo a nessuno, ecco.
Che in genere chiamano, ti dicono che gli esami sono pronti, di mandare il portantino. Mica ti arrivano sul computer, un par de palle!! Mandare un portantino! Il portantino (che adesso non si chiama più portantino ma OSS o OTA e comunque mai dicitura fu più inadatta, visto che non porta mai un cazzo da nessuna parte) forte del suo contratto a tempo indeterminato mentre magna o fuma o telefona o promette di andarci o non ci va proprio, che allora ci vai te, sennò
Che insomma questo per dire che d'ufficioso ufficio nelle mansioni un povero medico demmerda rientra quella di andare a ritirare gli esami, a meno che il soggetto in questione non abbia l'etica di una lavastoviglie ovvero cumuli di pazienti da gestire, ed ergo se ne freghi se il portantino se la prende comoda di andare a ritirare
Questa digressione del cazzo per dire che stamattina mi aggiravo per i luoghi e i non-luoghi dell'AllegroNosocomio immersa in queste faccende ripensavo più o meno a dieci anni fa. Anche allora mi aggiravo, in veste -e forse anche in modo- diverso per gli stessi luoghi, che rimangono sempre gli stessi; come a dire una buona misura del tempo nelle sabbie immobili della sanità nostrana.
Dieci anni fa non c'avevo minimanente idea di cosa sarebbe successo negli anni. E non me lo aspettavo come sarebbe stato. Che allora il futuro bypassa tutte le aspettative e quando meno te l’aspetti sei te stesso senza la cornice edulcorata di quello che sarebbe stato, e fa un po’ paura che allora inizi a bere caffè amaro.
A volte uno si chiede se è all'altezza, piucchealtro.
All'altezza di che? All'altezza di rapportarsi con la morte, con la malattia e col senno di poi.
E quello che non so lo so cantare.
Mi è tornata la voglia di scrivere, di scrivere delle strade di vita che si incrociano, si intruppano, si aggomitolano, ritornano indietro e avanti e poi basta e poi però si avviluppano contorcono sviluppano e ti fanno essere quello che sei e quello che fai, solo perchè magari una volta ti sei fermato a guardare interrogativo una stella variabile su una stradina secondaria; o perchè sbagliando strada hai trovato una strada o perchè hai scritto poesie tristi un pò azzurre sopra alla tazza del cesso, per dire. E chissà perchè, sempre se c'hai voglia di saperlo.
E allora qualche treno, qualche nave, qualche sogno, qualche tempo fa la vita tende, e tende a qualche cosa e magari nemmeno tu sai perchè, e allora eccomi qui con una ruga in più al lato del labbro sinistro che mi occupo di cancro con meno umanità di quello che vorrei e con la consapevolezza di aver intruppato forte contro questa strada, come una barchetta di carta che adesso naviga di bolina, o di traverso a secondo di come mi sveglio.
I sogni e le aspettative sono strane bestie fatte di plastilina, che si plasmano con la forza dei giorni e delle necessità e di quello che capita. E allora eccomi qua. Io e i miei malati, di cancro.
Piucchealtro io non credo che me la cavo, manco per il cazzo. Ma c'è qualcuno che ci crede, e io non ci credo che c'è qualcuno che ci crede perchè io le cose le ho fatte sempre da sola e sempre a cazzo.
Piucchealtro non esistono galline dalle uova d'oro, ma solo merde di gallina; che se sei bravo le spacci per oro, se sei bravissimo la gente te le compra a peso d'oro e se sei ancora più bravo -ma proprio bravo a livelli vertigosi eh- non senti nemmeno la puzza.
(e allora quando decidi di essere qualcuno invece di qualcosa, perdi per strada moltissime preoccupazioni)
Non posto piu' oltremodo, piucchealtro posto poco e non che mi succedano poche cose e che non abbia turbmenti interiori oltremodo scalpitanti tali da richiedere verbalizzazione e piucchealtro logorrea.
Che insomma, anni fa pensavo che tutto questo tutto fosse un gioco con insita un'idea di favola e di divertimento e di avventura, sapevo che la gente moriva davvero e stava male davvero e me ne dispiacevo e me struggevo ma mi sembrava un turbinio finalistico e avventuroso. Poi non so quando, ma sicuramente con una consapevolezza lenta e manco inesorabile ho letto tutto in modo diverso, che non è una avventura eccitante, non è più un gioco è il mio lavoro che faccio seriamente e a volte non ne sono in grado, ma mi sento sempre all'altezza.
Ecco, questa è la fregatura, a un certo momento ti rendi conto che non sai fare tutto, che non sai tutto, che non puoi tutto e mai lo potrai, e che in certe cose sai che non ne sei in grado ma sei anche in grado di non farne accorgene nessuno che non ne sei in grado, e che ti senti una merda al cospetto del cielo: basta che tu ti senta all'altezza ovvero che tu faccia finta così bene di sentirtene all'altezza di modo che non si capisca la differenza.
Ho imparato ad essere seria e a sentirmi all'altezza.
Il resto sono cazzate, e adesso che sono seria e all'altezza sono anche una persona adulta cazzo, ed è abbastanza ributtante.
La vita è come un gioco da vivere perdutamente, a volte vinci il primo premio e poi ti accorgi che non serve a niente